Equipe catechistica dell’unità pastorale
Questionario
A chi fa parte dell’Èquipe dell’Unità Pastorale per il cammino sinodale diocesano 2026-2027” è chiesto di seguire la compilazione di un questionario molto concreto in UP, coinvolgendo e dando voce alle persone coinvolte nelle varie iniziative in modo da descrivere le scelte e le prassi reali. Non vuole essere solo uno strumento di raccolta di dati quantitativi e qualitativi, ma occasione per confrontarsi sulle scelte e sugli aspetti promettenti e fragili. Servirà come base per il lavoro in consiglio pastorale unitario e per una presa di coscienza concreta delle scelte e possibilità/difficoltà della comunità cristiana.
Indicazioni per il questionario: Suggeriamo di preparare il testo raccogliendo le informazioni da catechisti, educatori e animatori; organizzare un momento di confronto insieme e infine di compilare il Google modulo (Link modulo “Questionario – Generare alla vita di fede”) entro il 20 giugno. Se in unità pastorale ci fossero diverse proposte sullo stesso aspetto (metodo di catechesi, pastorale battesimale, ACR, AGESCI, …) chiediamo di compilare un unico questionario specificando le scelte di ciascuna comunità.
link al questionario generare alla vita di fede
intervento del vescovo
Il Regno di Dio è simile al lievito (Lc 13,20)
Comunità cristiane generative: a quali condizioni
Incontro on line delle équipes che accompagnano il cammino diocesano, 20 aprile 2026
Quando il Signore Gesù parla del Regno di Dio, sceglie immagini umili e quotidiane. Non ricorre anzitutto a ciò che appare potente, grande o immediatamente visibile. Dice invece che il Regno è simile al lievito, nascosto nella farina, e al seme, deposto nella terra. Sono immagini semplici, ma rivelano una legge decisiva della vita cristiana: ciò che viene da Dio opera spesso in modo discreto, interiore, paziente; e proprio così trasforma il mondo.
1. C’è vita nella nostra Chiesa?
Papa Leone XIV, chiudendo la porta santa a San Pietro il 6 gennaio scorso, affermava: “Chiediamoci: c’è vita nella nostra Chiesa? C’è spazio per ciò che nasce? Amiamo e annunciamo un Dio che rimette in cammino?”
Una domanda molto importante anche per noi. Questa domanda ne richiama un’altra: che cosa rende generativa una comunità cristiana? Non basta rispondere parlando di organizzazione, di strategie pastorali, di strumenti, di numeri. Tutto questo può avere un suo valore, ma non tocca il cuore della questione. Una comunità non è generativa perché possiede particolari capacità. Lo diventa quando rimane in relazione viva con Cristo e si lascia fecondare dal dono dello Spirito Santo.
La fecondità della Chiesa non nasce anzitutto da ciò che essa produce, ma da ciò cheessa accoglie. Non nasce dalla sua autosufficienza, ma dalla sua disponibilità. Non nasce dal calcolo dei risultati, ma dall’obbedienza della fede.
2. Maria figura della Chiesa che genera
Per questo la figura che meglio illumina il mistero di una Chiesa generativa è Maria. In lei la Chiesa contempla non semplicemente un modello morale, ma la propria immagine più vera. Maria non genera il Figlio di Dio a partire da una propria iniziativa. Ella accoglie la Parola, si apre all’azione dello Spirito, consente che Dio operi in lei. E così diventa madre del Verbo fatto carne. La sua fecondità è tutta dentro questa disponibilità: “avvenga per me secondo la tua parola”. È il sì della creatura che lascia spazio al Creatore. È il grembo della fede che diventa luogo della presenza di Dio.
Così è anche la Chiesa. Essa è generativa non quando si pone al centro, ma quando lascia che al centro stia Cristo. È feconda non quando pretende di generare da sé la fede, maquando si lascia abitare, convertire, plasmare dallo Spirito. In questo senso, ogni autentica pastorale è sempre, prima di tutto, un’opera di accoglienza: accoglienza del Signore che viene, del suo Spirito che precede, della sua grazia che lavora spesso ben oltre i nostri programmi.
3. La vita umana e la vita spirituale
Pensiamo alla vita umana. Una vita concepita, custodita, gestata, data alla luce, accompagnata nei suoi primi passi. Nessuno si dà la vita da sé. La vita è sempre ricevuta. È sempre dono prima che possesso. È sempre mistero prima che progetto. Anche quando l’uomo coopera responsabilmente, resta vero che la vita lo precede, lo supera, lo sorprende.
Lo stesso vale per la vita spirituale. La spiritualità cristiana non è un’aggiunta esterna all’esistenza: è la vita stessa, quando viene toccata dalla grazia. È una vita fecondata, custodita, fatta crescere. È una vita in movimento. Dove non c’è questo dinamismo, non c’è maturazione; c’è ristagno. E una vita che ristagna lentamente si spegne. Sant’Agostino parlava della vita vitalis, della vita davvero vivente. E il Signore Gesù ci dice: “Io sono la via, la verità e la vita”. La vita della comunità, allora, è vera nella misura in cui è partecipazione alla vita di Cristo.
4. La comunità cristiana non controlla la fede, ne custodisce le condizioni
Di conseguenza, anche la comunità cristiana deve liberarsi da una tentazione sottile ma ricorrente: quella di considerarsi il soggetto che produce la fede. Nessuna parrocchia, nessun itinerario, nessuna iniziativa pastorale può “fabbricare” l’incontro con il Risorto. La Chiesa non produce la grazia; la serve. Non possiede lo Spirito; lo invoca. Non controlla la fede; ne custodisce le condizioni.
Essa ha però una responsabilità immensa: rendere possibile l’ascolto, aprire strade, tenere aperta la porta, offrire segni, parole, gesti, relazioni attraverso cui il Signore possa raggiungere i cuori. Come ricorda san Paolo: “Come potranno credere, senza averne sentito parlare?” (Rm 10,14). In questa luce si comprende meglio anche la fatica del nostro tempo. La crisi delle parrocchie, la diminuzione della partecipazione, l’indebolimento di forme un tempo consolidate non devono essere letti solo come un impoverimento. Possono diventare un tempo favorevole di purificazione. Alcune riflessioni recenti1 sul rinnovamento parrocchiale hanno insistito proprio su questo: quando le reti sono vuote, il Signore può insegnare di nuovo alla sua Chiesa a non confidare nelle abitudini rassicuranti, ma nella sua parola; a cambiare sguardo, ad assumere forme più comunionali, a valorizzare i carismi, ad ascoltare anche chi è in ricerca.
Papa Francesco, in Evangelii gaudium, ha descritto con forza una Chiesa che non si chiude nelle proprie sicurezze, ma accetta perfino di esporsi, di uscire, di lasciarsi ferire pur di portare il Vangelo. È un richiamo decisivo: la comunità cristiana diventa generativa quando smette di difendere se stessa e torna a consegnarsi alla missione. Sulla stessa linea, Papa Leone XIV, incontrando il clero della Diocesi di Roma il 19 febbraio 2026, ha richiamato la necessità di “ravvivare il dono di Dio” e di riconoscere che il fuoco non conserva sempre da sé la medesima intensità. È un invito prezioso: non dobbiamo anzitutto inventare la Chiesa, ma riattizzare il dono ricevuto.
5. La catechesi e il processo di iniziazione cristiana come semina
Questo vale in modo particolare per la catechesi. Va innanzitutto constata la fine del cosiddetto “catecumenato sociale”: la trasmissione della fede non avviene più per osmosi nell’ambiente familiare e sociale, ma richiede un nuovo intreccio tra generazione alla vita e generazione alla fede.
Guai a pensare che la catechesi sia una tecnica di produzione della fede. Un autore ha recentemente espresso con lucidità questo punto: la catechesi non genera automaticamente credenti; può soltanto seminare, accompagnare, aprire spazi, tenere desti i segni dell’attesa.
Il seme cresce, ma spesso il seminatore non sa come. Questa consapevolezza non umilia il catechista: lo libera. Lo sottrae all’ansia del risultato e lo riconduce all’umiltà del servizio. Allo stesso tempo, non possiamo trascurare che la fede prende forma anche dentro pratiche condivise, gesti vissuti, cammini comuni. Vincenzo Rosito ha mostrato bene come il rapporto tra fede e ragione debba essere compreso anche dentro la dimensione “performativa” del quotidiano: non solo ciò che diciamo o pensiamo, ma ciò che facciamo insieme trasforma i soggetti e apre vie nuove nel mondo. Anche pastoralmente questo è decisivo: la comunità genera quando rende possibili pratiche evangeliche condivise, quando plasma uno stile, quando educa a una forma di vita.
Per questo è necessario prestare attenzione alle condizioni nelle quali oggi i genitori si trovano ad educare i propri figli. Sono mutati i ritmi di vita familiare: molto accelerati in seguito alla pandemia, con la fatica di individuare tempi che permettano lo stare insieme ai figli senza dover correre dal posto di lavoro alla palestra dei figli. Il dialogo generazionale è diventato più complesso anche in ragione degli strumenti informatici e dell’invadenza dell’intelligenza artificiale in tutti gli ambiti di vita. Che cosa chiedono i genitori alle nostre comunità cristiane per i loro figli? Quali sono le loro domande in ambito educativo, religioso o di vita cristiana?
6. In conclusione
Il lievito non attira l’attenzione su di sé: scompare nella pasta. Eppure la trasforma dall’interno. Forse anche alle nostre comunità il Signore chiede qualcosa di simile. Non di diventare più appariscenti, ma più evangeliche. Non di occupare più spazio, ma di offrire più vita. Non di contare di più, ma di amare di più. Non di mostrarsi forti, ma di restare unite a Cristo.
Se saremo così, allora anche nelle nostre povertà potrà nascere qualcosa di nuovo. Anche nei passaggi di crisi maturerà una fecondità inattesa. Anche nelle fatiche dell’annuncio, della catechesi, della vita parrocchiale, il Signore preparerà frutti che noi forse non vedremo subito. Perché il protagonista della generazione cristiana non è la comunità, ma Dio stesso, che nello Spirito continua a generare Cristo nel mondo.
Maria, donna dell’ascolto e grembo della Parola, ci insegni questa docilità. Ci ottenga la grazia di essere Chiesa che non pretende di produrre la vita, ma la accoglie; Chiesa che non trattiene Cristo per sé, ma lo dona; Chiesa che, come il lievito del Vangelo, nascosta e fedele, lascia che sia Dio a far crescere la pasta.
